27 ottobre 2020
MORBIDO È L’ESORDIO DI MOCI

Oggi, 27 ottobre, per Sbaglio Dischi e Carosello Records, esce MORBIDO, il disco d’esordio di MOCI. Definito la “Next Big Thing della scena romana” per Rockol, Just Discovered di Marzo per MTV con il suo primo singolo, cantautore romano all’incrocio tra Mac DeMarco e gli Slowdive secondo DLSO.

L’album è stato anticipato dai tre singoli Pensieri Bellissimi, Primo Piano e Telegiornale. 
Moci esorcizza i sentimenti più angoscianti e cupi della vita, come la morte, la paura, il dolore attraverso osservazioni profonde e mai banali, ribaltando atmosfere, situazioni e idee; mescolando un raffinato gusto per la melodia con una scrittura che è contemporaneamente concreta e astratta,

Il titolo dell’album è strettamente legato al nome dell’artista, MOCI è il vezzeggiativo con cui la madre di Marco Colagrande, classe ‘97, lo chiamava da piccolo, per indicare le sue curve morbide, le guance pronunciate, la rotondità del corpo. Per MOCI la morbidezza è in qualche modo una manifestazione di dolcezza e di bontà.

MORBIDO è il diario personale di Moci, di tutto quello accaduto tra la primavera del 2017 a oggi. Ogni pezzo è un capitolo della serie di sfortunati o più fortunati eventi di un morbido ventenne di Roma Nord, tra delusioni, lavori sbagliati, misantropia e protezione. È un album che parla di quanto sia complesso crescere, staccarsi da quel senso di spensieratezza adolescenziale per andare incontro alle aspettative disilluse dell’età adulta, il tutto con una scrittura e una produzione sempre molto personale, che non necessità di strizzare l’occhio alle tendenze, per farsi ascoltare.

TRACKLIST
L’album si apre con Pensieri Bellissimi.  Il pezzo è un viaggio a ritroso, è di fatto l’ultimo ad essere stato scritto e composto nella nuova produzione di Moci, ma il primo ad essere pubblicato. Nella strofa c’è una forte tensione tra testo e musica, un incalzare incessante del ritmo che esplode in un ritornello liberatorio.
La paura, l’allarme, l’angoscia dei primi versi si abbandonano ad una promessa di cura, di protezione. Il brano è un continuo gioco di contrasti, tra musica e testo, chiaroscuri che si mescolano, sapori dolcissimi con altri più amari. La cover del singolo è super rappresentativa di questa suggestione, senza essere però didascalica. Una torta con tanto di perline e decorazioni preziose, spiaccicata sul un ripiano. La bellezza che di disintegra. O il caos dentro cui rintracciare la bellezza. Rappresentazione grafica perfetta dell’immagine cruda del pezzo in cui i piccioni dall’alto osservano le teste spappolate sul cemento e si soffermano su una cosa invisibile ma bellissime, come i pensieri nascosti dentro. 

Segue Telegiornale, che è invece l’ultimo singolo estratto. Telegiornale è un manifesto, la risposta a tutte le volte che ci è stato detto che per scoprirsi bisogna andare via. Che muoversi è la risposta. Ma come ci si fa a conoscere, in un posto in cui non si conoscono a memoria nemmeno le crepe del muro?
Il pezzo si costruisce intorno a pochi accordi e una struttura volutamente semplice, con un forte citazionismo beatlesiano. Anche qui Moci gioca con l’idea della morte, e questo suo sminuirne i toni, attraversarla con il pensiero, la rende quasi terrena, come non fosse la cosa peggiore che può capitare. In un limbo tra terrori esistenziali e pensieri fastidiosi, ci si culla.

Coralli alterna una sezione vapore dolce, reference ultimo Mac De Marco e una in puro alternative anni ‘90. Il pezzo è un mantra in cui la morte diventa quasi un finale bellissimo, in cui rimanere insieme, incollati come polipi che formano un corallo, che moriranno, ma che di fatto non si separeranno mai.

Primo piano, secondo singolo estratto, è il movie sonoro di una certa smania che ci colpisce in alcuni giorni di cielo terso, un piccolo momento di crisi quotidiana. Sentirsi annegare tra gli abissi delle proprie insicurezze, temendo di non riuscire a risalire. Il tutto raccontato attraverso tre diapositive: una strofa ondulante in cui ci si immerge in pensieri dal retrogusto amaro, dal profumo del sale, conditi da arpeggi di chitarra ipnotici; il pre-ritornello è scandito da un mantra in cui ci si arrende al flow, alla vibrazioni che ci attraversano; infine un ritornello dai toni sarcasticamente allegri, in cui si esprime al massimo l’irrazionalità di momenti come quello che ci viene a raccontare. Il pezzo, a differenza del resto della produzione, è volutamente scarno di testo, le strofe si avvolgono su frasi ripetute come mantra, per ricreare l'effetto di una litania infantile, che ci porta a ripetere allo sfinimento sempre le stesse frasi, colpiti da quella smania di melanconia, che ci rende irrequieti e insofferenti. Primo Piano fa parte di quelle canzoni nate in poche ore e arrangiate in pochi giorni, tranne per la sezione di “break-down” in cui la dinamica cade ed il panorama si riempie di cori, chitarre da spiaggia, restituendo l'eco lontano di un coro di preghiera tibetana.

Mica Male è il primo a segnare di un cambiamento di prospettiva; è la resa, il completo abbandono nella carne dell’altro, in un potentissimo vortice di amore, passione e paura verso mondo esterno: un mondo esterno che rischia di separarci, tutte le paure, affrontate nei brani precedenti, esplodono adesso, all’idea della separazione. 

Niagara è la voce interna di ognuno di noi, che ci sussurra nell’orecchio, che ci racconta le nostre assente, ci colpevolizza delle nostre mancanze. Che ci fa sentire sempre inadatti e responsabili verso noi stessi e il mondo intero. Moci si mette a nudo e racconta le sue fragilità, il suo senso di inadeguatezza, ma con l’amara ironia che lo caratterizza.

Morbido è il primo segno di resa, l’età adulta sembra uno spazio ti vita  ingestibile, ingiustificata, quasi intollerabile; c’è solo la voglia di farsi piccolo, scomparire tra i maglioni, le coperte, le braccia materne, tornare a quello stato di mobidezza in cui ci sentiva al proprio posto. Tornare ad aver paura del buio e non della sveglia la mattina, che urla più di un mostro sotto le coperte. 

Freddo è un rock duro ma dalla risoluzione morbida, costruito sul ironica metafora del cercare parcheggio a Roma Nord alle tre di notte, dopo aver staccato dal lavoro, significa vagare per le stesse strade di sempre solo che completamente vuote e con la consapevolezza  di dover vagare ancora per molto, in cerca di posto. Essere a pochi metri dalla propria stanza e dal proprio letto alla fine della giornata, ma dovere necessariamente continuare a vagare, con gli occhi stanchi e il sonno dietro l’angolo, è frustrante e quasi soffocante. In quei momenti  viene facile farsi assalire da quel senso di inadeguatezza e frustrazione che si riflette sul resto della vita: ci si rendo conto di quanto sarà difficile, adesso che si sta diventando adulti, trovare un posto nel mondo che ci faccia stare bene e di come si sarà costretti a vagare, fermarsi, ripartire, prima di trovare la giusta collocazione, infinite volte prima di potermi infilare sotto le coperte e trovare la pace interiore. 

In mutande è un loop di tre accordi, un manifesto in chiave rock della fine dell’adolescenza e con lei un macrocosmo di emozioni che si evolvono per prendere nuova forma. Il timore di non trovare una propria collocazione nel mondo. 

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